Massimiliano Antonucci
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Nota Critica di ELIO DI STEFANO
al MANIFESTO DELLA POESIA FENICEA

Il manifesto poetico di Antonucci ci immerge tra le "ombre ondose"della sua scrittura e conferma l'idea di poesia come deposito di forme ancestrali capaci di re-interpretare continuamente i reali al cui centro è l'uomo. Lo stile carico di tensioni si fluidifica in immagini limpide ma graffianti che rivelano un continuo contatto dell’essere con l’onirico, l’istinto dell’uomo a cercare la propria autenticità per mezzo della poesia.

Scrivere un "Manifesto" (come quello contenuto all’interno della raccolta dal titolo MATERIA) e dare alla poesia un titolo (come quello di "Fenicea"), significa essere arrivati ad una consapevolezza e a un grado di elaborazione formale e concettuale tali da fare avvertire il bisogno di oggettivare la propria esperienza in un "programma". Mi pare di leggere tra le sue righe - e se è così ne sono lieto - un bisogno di riaffermare il potere conoscitivo della poesia, di contro a forme di vuota "bellezza".

Il Novecento italiano ha rinnegato la poesia che indaga le contraddizioni dell'animo umano a favore di un malinteso lirismo, ed essa chiede udienza, e torna prepotente all'attenzione in questo documento. La stessa immagine della Fenice, con i suoi cicli di morte e rinascita, demone guardiano della storia, riconferma ancora una volta l'idea di poesia come strumento di conoscenza dell'umano e l'immagine-pilota dell'acqua è simbolica di una dimensione inconscia e oscura, paurosa nel suo emergere ma che non si può assolutamente ignorare, che urla, chiede di essere ascoltata e s'impone. E lo scandaglio sottile e impietoso della poesia coglie e mostra discrasie, disarmonie, anelli mancanti in un edificio (l'uomo) ove in apparenza tout se tient.

Lo stile è affascinante, carico di tensioni pronte a fluidificarsi in immagini prima limpide, poi "azzannate" da una graffiante zampata di rabbiosa malinconia; l'immagine del mitico animale legato a cicli di morte e rinascita mi fa pensare, oltre a quanto già scritto sopra, a una poesia che voglia spingersi oltre fino a possedere il segreto del tempo ciclico, un qualcosa di non molto dissimile dall'alchimia.
Come dire che la poesia, essa sola, può dominare pienamente l'esistente, proprio in forza della propria urgente irrazionalità.